Tennis e calcio rivali o alleati? Per il pubblico la risposta è già chiara
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In un mondo ideale, o anche solo normale, gli Internazionali di Roma e il derby avrebbero potuto diventare un’occasione straordinaria di collaborazione simbolica: una città invasa dallo sport, due eventi giganteschi a pochi metri di distanza, tifosi e appassionati che attraversano Roma respirando energia, passione, identità. Avrebbero potuto... Invece il dibattito si è ridotto agli orari, all’ordine pubblico, alla paura di fare brutta figura a reti unificate, e alla lotta per qualche punto di share. Quasi che uno sport debba necessariamente mangiarsi l’altro per sopravvivere. Ormai inutile ricordare la lunga catena di errori: quello originario è della Lega che ha ignorato la data della finale del tennis decisa secoli addietro. D’altra parte, però, non è esaltante vedere il prefetto, colui che deve garantire la sicurezza, prima arrendersi alla sola idea di gestire due eventi assieme, derogando anche al suo stesso principio che il derby di Roma non si debba giocare di notte, per poi ripensarci per la paura degli ultras fuori dallo stadio. Chiedete all’opinione pubblica se ci dobbiamo spostare noi o il calcio" Ma al di là del calendario, sottesa a questa polemica, c’è un’idea molto italiana, e forse anche molto antica, che gli sport siano concorrenti invece che alleati. Come se il successo dell’uno fosse automaticamente il fallimento dell’altro. Ma è una visione povera, difensiva, quasi provinciale. Dall’alto della forza del suo movimento (la Federtennis dovrebbe chiudere nel 2025 con 230 milioni di ricavi contro i 200 del calcio, operando quindi il sorpasso), l’ottimo presidente della Federtennis Angelo Binaghi è stato al solito sferzante: "Chiedete all’opinione pubblica se ci dobbiamo spostare noi o il calcio". Siamo fermi qui. Che il calcio debba proteggere il proprio territorio dal tennis, che il tennis sottragga pubblico al calcio, che ogni grande evento sia una guerra di audience. Eppure, il mondo sta andando da un’altra parte. Oggi gli spettatori non vivono più dentro un solo sport. Attraversano passioni diverse. Guardano una finale Slam e poi si collegano per il Gran Premio. Seguono l’Nba sull’app di Instagram e la Champions su TikTok. Comprano una maglia da basket e un cappellino di Formula 1 senza percepire contraddizione. Le audience si sovrappongono, almeno in parte. E allora ha senso comportarsi come se ogni sport fosse una piccola monarchia gelosa del proprio potere? Non sarebbe meglio ragionare su calendari compatibili, promozioni, biglietterie e sponsor comuni? Il proprietario dei Miami Dolphins organizza il GP di F.1 di Miami: d’altronde la F.1 ha smesso di raccontarsi come un mondo chiuso di motori e il paddock assomiglia sempre meno a un’officina e sempre più a una piattaforma globale dell’intrattenimento, che ha cercato il dialogo con altri sport, altre comunità, altri linguaggi. In America le grandi leghe cercano di non cannibalizzarsi ma di costruire un calendario che trasformi lo sport in una presenza continua. Football, basket, baseball, hockey competono, certo, ma sanno anche convivere. Soprattutto sanno che il vero rivale non è lo sport accanto. Sono Netflix, YouTube, Twitch, i videogiochi, il tempo frammentato dei social. È lì che si combatte oggi la partita dell’attenzione. (Perché il punto centrale è questo: il tempo libero delle persone è limitato, ma l’interesse per le emozioni è enorme. E allora la sfida non è eliminare il vicino: è convincere il pubblico che vale la pena restare dentro il tuo racconto).
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