Trump - Xi Jinping, perché a Pechino non sembra aver vinto (né perso) nessuno
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Prima delle prossime settimane, sarà impossibile essere certi dei risultati del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping. A Pechino si sono esercitati alla cordialità leader di Paesi che si stanno staccando l’uno dall’altro. L’integrazione fra i due retrocede sempre più, misurata dal commercio bilaterale. Solo nei primi tre mesi dell’anno le importazioni della Cina di prodotti americani sono crollate del 14% (in dollari) dallo stesso periodo del 2025 e del 25% sul 2024, secondo lo US Census Bureau. Quanto alle vendite della Repubblica popolare negli Stati Uniti, crollano anche più in fretta: meno 40% nel primo trimestre rispetto a un anno fa, quando gli importatori americani si erano precipitati a comprare per anticipare i dazi; meno 38% rispetto allo stesso periodo del 2024, quando alla Casa Bianca viveva ancora Joe Biden. Non è dunque strano che il vertice cino-americano di questi giorni non abbia prodotto accordi concreti, né chiari vincitori o perdenti. È probabile che sia servito a ciascuna delle parti per saggiare gli obiettivi e le resistenze dell’altra, perché entrambe sanno che dovranno parlarsi ancora: da novembre scade la tregua commerciale stabilita nell’altro vertice recente fra Trump e Xi, il 30 ottobre scorso in Corea del Sud. Senza un nuovo accordo — che in questi giorni a Pechino non si è neppure avvicinato — la Repubblica popolare potrebbe trovarsi di nuovo dietro un muro di dazi astronomici su circa 300 miliardi di dollari di export verso la prima economia del pianeta; gli Stati Uniti invece perderebbero di nuovo l’accesso alle terre rare cinesi, essenziali per la loro industria della difesa, dell’aerospazio, del digitale e dei macchinari medici. A Pechino la posta dunque era alta, e il ghiaccio sotto i due leader sottile. Reso più fragile, se possibile, dalle rivendicazioni geopolitiche di entrambi. Xi ha messo in chiaro che vedrebbe molto negativamente l’autorizzazione di Trump al pacchetto, già preparato dalla Casa Bianca, di cessione a Taiwan di intercettori e missili terra-aria per 14 miliardi di dollari. Già dall’inizio del vertice il ministero degli Esteri cinese aveva fatto conoscere il primo messaggio di Xi a Trump: se la Casa Bianca «gestisse male» la questione dell’isola — che Pechino vuole «riunificare» al proprio territorio — Cina e Stati Uniti potrebbero «collidere o anche entrare in conflitto». Ieri sul volo del ritorno Trump stesso ha riconosciuto che con Xi ha parlato in dettaglio della vendita di armi americane a Taipei. Su questo il leader cinese, almeno per ora, sembra aver segnato un punto: Trump in questo momento non dà per scontata la fornitura a Taipei, ma si è limitato a dire ieri che deciderà «presto». Anche sull’altra partita geopolitica sul tavolo, l’Iran, la delegazione cinese appare insieme più sicura di sé e più riservata. A Sean Hannity su Fox, Trump ha riferito che Xi gli avrebbe espresso il suo desiderio di «aiutare» a sbloccare lo stallo. La lettura di Pechino è più fredda. La stampa cinese riferisce semplicemente l’interpretazione data dal ministero degli Esteri: la Cina al vertice ha presentato la propria posizione come «coerente» (resta dunque la condanna dell’attacco americano Usa) e avverte che «il conflitto ha danneggiato la stabilità regionale, il commercio globale e le forniture di energia». Non suona esattamente come l’aiuto alla risoluzione nel quale il tycoon sperava, al punto di mettere sul piatto a Pechino un’offerta nuova: l’allentamento delle sanzioni contro Teheran sulle vendite di petrolio alla Cina, dunque praticamente su quasi tutto l’export iraniano. Xi non appare frettoloso di accettare, anche perché di nuovo negli ultimi giorni l’Iran ha lasciato passare da Hormuz petroliere cariche dirette verso i porti cinesi. Pechino non sembra chiedere a Trump di abbandonare qualunque sostegno a Taipei in cambio di una pressione su Teheran. Il legame però è percepibile fra le mire di Xi su Taipei e le partite commerciali: la fragile tregua sulle terre rare rischia di saltare se la Casa Bianca si schierasse di fatto — benché non formalmente — per la difesa dell’indipendenza dell’isola. Che la tregua sia precaria, si è visto anche dai limiti che la Cina ha posto agli accordi commerciali. L’atteso ordine di aerei Boeing da parte di Pechino, il primo importante da nove anni, è sotto alle previsioni: solo 200 modelli invece degli almeno 500 attesi, al punto che il titolo della compagnia americana ha perso il 9,5% negli ultimi due giorni. Allo stesso modo, non si è parlato di semiconduttori di Nvidia, né di nuovo ordini precisi di derrate agricole o petrolio americano per la Cina. Xi aspetta che Washington disinneschi le nuove «inchieste» in vista di nuovi potenziali dazi, dopo la bocciatura di quelli del 2025 da parte della Corte suprema. Washington vuole più aiuto da Xi anche sugli ingredienti cinesi del fentanyl, la droga che uccide milioni di americani. A Pechino non sembra aver vinto nessuno, né perso nessuno. Ma Trump ha trovato un rivale sicuro di sé, e della propria superpotenza, come mai prima.
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